QUANDO FARE LEVA SUL DEBITO O SUL CAPITALE PROPRIO?

QUANDO FARE LEVA SUL DEBITO O SUL CAPITALE PROPRIO?

Fabio Marino

Fabio, devo fare un investimento, meglio utilizzare i miei soldi o fare leva sul debito?

Domanda abbastanza tipica che mi viene posta durante le consulenze.
La risposta è:
dipende!
Dipende da diversi fattori che vanno attentamente analizzati uno alla volta per trovare la risposta più idonea alle proprie esigenze.
Non esiste la soluzione universale adatta per tutti e dipende molto dal periodo storico
dell’azienda, da quello in cui ci troviamo in termini macroeconomici, e dagli obiettivi che l’impresa stessa si è posta.
Come regola generale posso citare una frase famosa che è sempre vera: “Cash is king”. Che tradotto fondamentalmente significa che, chi ha soldi ha già vinto il gioco. Ed è vero come capiremo dai paragrafi seguenti perché, se l’azienda è patrimonializzata in termini di liquidità, avrà la possibilità di cogliere occasione decidendo se fare comunque leva sul debito o utilizzare i soldi propri.
Passiamo a valutare, uno alla volta, i fattori più importanti.

I primi due elementi da analizzare, come abbiamo anticipato, sono, il periodo storico in cui ci si trova l’impresa, e la propria condizione patrimoniale.
Questi due elementi, infatti, vanno analizzati di pari passo perché si influenzano vicendevolmente.
Per esempio, in periodi in cui i tassi di interesse sono elevati, il mercato offre maggiori possibilità di trovare per esempio immobili o beni strumentali in occasione a prezzi calmierati. Questo perché l’aumento dei tassi di interesse, riduce la domanda di acquisto da parte di chi necessariamente deve far leva sul debito.
E se una persona avesse capitali liquidi a disposizione, potrebbe valerne la pena utilizzare il
capitale proprio per non farsi scappare l’affare.
Ma non è per forza detto; non è sempre così. Se l’attività economica che si vuole mettere in piedi, infatti, prevede da business plan dei ritorni elevati, può comunque valerne la pena far leva sul debito. Anche in periodi storici caratterizzati da elevati tassi di interesse.
E questo è vero se i ritorni economici attesi in termini percentuali, sono altamente superiori al tasso di interesse percentuale che caratterizza il debito contratto.

Analizziamo ora più nel dettaglio il debito, prima di arrivare a fare le giuste considerazioni conclusive.

La premessa che tutti conoscono è che, quando si bussa alla porta di un istituto creditizio per chiedere dei soldi in prestito, quest’ultimo chiede in cambio un interesse sul capitale che ha prestato.
Questo interesse naturalmente deve essere remunerato dal tipo di investimento che si sta facendo.

Come minimo, l’interesse che ritorna dall’investimento effettuato, deve essere uguale all’interesse sul debito richiesto dalla banca. Per fare esempi spannometrici, possiamo analizzare il settore del benessere e delle palestre. Mediamente i margini di ritorno sull’investimento possono essere del 15-20%. (Poi naturalmente bisognerebbe declinare queste percentuali analizzando caso per caso).
Questo vuol dire che, se i tassi di interesse sul debito applicati da una banca sono pari al 4%, la risposta è che potrebbe valerne la pena chiedere i soldi in prestito perché si ha un differenziale positivo di almeno l’11% (15%-4%=11%). Ripeto però, che purtroppo, o per fortuna, non è sempre così e bisognerebbe analizzare la bontà con la quale una struttura viene gestita perché i margini possono essere di gran lunga differenti da centro a centro.

A questo interesse di ritorno, che deve essere come minimo uguale all'interesse sul debito, bisogna aggiungere una
percentuale di interesse di ritorno che serve a remunerare il rischio di impresa che si sta
correndo.
Questo perché ogni attività prevede un rischio che può essere basso o elevato a
seconda del tipo di investimento.
Per esempio, acquistare un appartamento piccolo da mettere in affitto prevede un rischio “basso”, ma anche il ritorno sul capitale investito è relativamente basso pari a circa il 5%-7%.
Aprire un’azienda rappresenta un’attività altamente più rischiosa, pertanto, il rischio minimo di ritorno deve essere superiore al 15% a mio avviso.

Questa percentuale può anche variare da persona a persona perché dipende dal profilo di
sopportazione al rischio della persona, e da quanto si “accontenta” di avere di ritorno dal tipo di investimento effettuato.
In soldoni su questo secondo punto il sunto è il seguente:
Rischio elevato, percentuale di ritorno desiderabile elevata. Rischio più basso, quindi investimento abbastanza stabile, percentuale anche più bassa.

Terza componente da analizzare è il rendimento desiderato che mi aspetto di avere in base anche al livello di attività o passività che l'investimento richiede in termini di energie e di tempo.
Riprendendo sempre l’esempio del nostro investimento immobiliare, è vero che il ritorno sul capitale investito è basso, ma è anche vero che una volta che l’immobile è stato affittato, il livello di impegno e di energie che esso richiede per gestirlo sono estremamente bassi. Salvo situazioni extra ordinarie in cui è necessario intervenire per esempio per effettuare una riparazione.

Ben diverso è il livello di tempo e di energie richiesto dall’apertura e per lo sviluppo di qualsiasi azienda. Questo può essere pressoché totalitario per i primi anni di apertura fino a ridursi nel tempo. Ma mai si ridurrà fino a zero; questo perché c’è sempre la necessità di supervisionare l’attività e difendere il terreno conquistato nel tempo.
Tradotto: maggiore è il livello di passività richiesto dall’investimento minore può essere il
rendimento desiderato.

Più l’attività richiede tempo ed energie, maggiore dovrà essere il ritorno economico che deve pretendere l’imprenditore.

La somma delle componenti sopra descritte deve essere
estremamente superiore a quello che è l'interesse sul debito richiesto dall'istituto creditizio. Non solo per una questione relativa alla soddisfazione personale dell’imprenditore, ma anche per questioni meramente matematiche che, se non calcolate in anticipo, possono mettere a rischio la possibilità di continuare l’attività imprenditoriale.

Se l'istituto creditizio prevede un tasso di interesse che è uguale a queste percentuali o è maggiore di poco a questa percentuale di rendimento che mi aspetto, il risultato è che in momenti inflazionistici, caratterizzati da aumento dei tassi di interesse applicati dalle banche, si corre il rischio di fare la fine delle start up che fanno leva sul debito, ovvero:  saltano come tappi di champagne perché non riescono a far fronte agli impegni economici presi con soggetti terzi esterni ai proprietari dell’azienda.
Ci sono state startup create sulla base di una idea di business grandiosa e con il giusto modello di business, ma che nel mercato caratterizzato dalla presenza di competitor, sono state superate da altre aziende entrare secondariamente nel mercato, che hanno gestito meglio le proprie finanze (o quelle degli altri).
Nel peggiore dei casi queste startup hanno dovuto chiudere i battenti perché non più in grado di far fronte agli impegni economici presi con gli istituti finanziari, o sono rimaste aperte, ma con la compagine sociale cambiate perché l’azienda è stata venduta a chi aveva più disponibilità economica necessaria per far progredire l’impresa (in questo caso si è passati dal “cercare occasioni, all’essere l’occasione per qualcun altro”).

Se invece i ritorni sono elevati, allora anche in caso di inflazione ed aumento dei tassi di interessi, l’imprenditore può stare abbastanza sereno perché la remunerazione che otterrà dalla propria azienda sarà superiore agli interessi sul debito, e comunque soddisfacente e appagante l’impegno che il nostro eroe ha messo in atto per fare
impresa in Italia :-)
Ricordo comunque che è sempre importante farsi seguire da un consulente esperto in
pianificazione finanziaria che può aiutare a trovare il giusto equilibrio tra tutti gli aspetti da
valutare. Può infatti aiutare l’imprenditore a trovare la soluzione strategica migliore per la sua azienda e per il suo benessere anche mentale.

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Dott.Fabio Marino

Fabio Marino è imprenditore, autore e consulente strategico specializzato nei settori salute, benessere, immobiliare e finanziario. Fondatore del network di centri Kinesis Sport e del relativo progetto in franchising, oggi coordina una rete di oltre dieci sedi tra Italia e Svizzera, supportando anche imprenditori e professionisti nella crescita dei loro business e centri fitness-PT.

Laureato in Scienze Motorie con master in Posturologia e Terapia Manuale, ed in Economia della Start-up con master in Amministrazione, Gestione e Finanza Aziendale, ha unito competenze cliniche e imprenditoriali in un modello scalabile e innovativo, orientato all’eccellenza operativa.

Ex terapista e preparatore atletico di sportivi professionisti, oggi è anche coach e formatore, autore di manuali e docente di corsi e workshop su imprenditoria sanitaria, leadership, automazione dei processi e gestione di team ad alte performance, sia dal vivo che attraverso videocorsi online.

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